Barbara Spagnolo

Testimonianza

Ho sempre un certo pudore nel chiedere testimonianze delle sedute perché sono un viaggio nel corpo che incarna le molte dimensioni che abitiamo.

Non tutto può essere spiegato a parole. Non tutto può essere compreso con la ragione. Il corpo porta con sé esperienze di vita che chiedono di essere approcciate, incontrate e contattate con rispetto e dallo spazio del non sapere.

Cerco sempre di avvicinarmi al corpo con un approccio esperienziale. Ho imparato — e non è sempre stato così — a non lasciarmi definire dal sapere dell’anatomia che, oltre ad essere limitante, credo che molto spesso sia anche fuorviante.

Fidarmi di quello che non so ma so di sapere.

Ringrazio Anna Maria per la sua restituzione generosa e attenta. Nel rileggerla, per quanto sia possibile, mi sembra di mettere insieme un ruolo da facilitatrice, colei che crea il campo affinché quello che chiede di emergere possa salire e trovare la sua strada. Un ruolo da testimone ma anche la possibilità di essere entrata a navigare in quelle acque interne godendomi il viaggio da dentro.

Quando leggo la testimonianza di Anna Maria mi invade un senso di avventura, di esplorazione.

"C'è spazio e penso, o forse le braccia pensano: adesso il mio abbraccio è più grande, adesso posso contenere il mondo nel mio abbraccio."

E se imparassimo a pensare con il corpo intero?

O meglio, se tornassimo a pensare con il corpo intero?

Forse è per questo che ricerco luoghi silenziosi, per dare ascolto a me e a quello che sento perché in fondo la separazione è un’illusione.

"Barbara mi ha lasciato sola alcuni minuti ed io potevo abbandonarmi al mio movimento oscillatorio. Quando è rientrata ho provato un immediato sentimento di gratitudine per lei. Anche lei sembrava uscirne trasformata e attivata dall'incontro. C'era un'atmosfera benedetta e spumeggiante."

È così.

 

Ne esco trasformata perché quello che si muove in te inevitabilmente entra nel campo fisico ma anche nel mio campo corporeo e di coscienza.

Il viaggio lo facciamo insieme e quando si arriva a sbloccare dell’energia imprigionata in uno schema antico l’aria ritorna ad essere leggera, per entrambe.

Per contestualizzare: qui si parla di una seduta fisica. Anna Maria aveva un sintomo al piede che le causava disagio da circa vent'anni.

Partiamo con l’analisi del piede. Le faccio alcune domande per riportarla al corpo, ad una descrizione corporea e insieme investigare dove e come il flusso si blocca.

Inizia la seduta.

Mi lascio guidare dal suo corpo ma anche dal mio. Le mie mani toccano i punti di chiusura e contrazione e i tempi, la pressione e il tipo di tocco sono dettati dall’esperienza del momento, dal contenere.

Quello che so è che voglio supportare il suo corpo a lasciare emergere, fluire ed integrare energie appesantite da risposte di adattamento che nel tempo sono diventate automatiche.

Insieme vogliamo oltrepassare gli split corporei per permettere al corpo di tornare ad essere corpo.

Il dolore non me lo aspettavo, ma neanche lo cercavo.

È arrivato, senza dramma.

Il corpo non dà tutta questa importanza alle lacrime. Si pulisce attraverso il pianto, drena il terreno e lo rende fertile.

Il mio compito era solo testimoniare.

Stare.

Senza interferire.

A fine seduta lascio sempre del tempo per integrare quello che si è mosso.

Se vuoi leggere la testimonianza completa la trovi qui.

Riflessioni della seduta di pratica corporea evolutiva, a Torino, a cura di Barbara Spagnolo nel suo studio il 4 febbraio 2026.

Il quartiere dove si trova lo studio di Barbara è silenzioso e non ci sono molte distrazioni commerciali. E’ già un buon segno. L’entrata allo studio, e lo studio stesso, è elegante nel suo essere essenziale e funzionale. Mi piace.

 

Redazione delle riflessioni: 9 febbraio sera, Amelia.

 

Adesso, a distanza di 5 giorni, posso dire che il ricordo va alla seduta ed al mio essere a Torino per la prima volta. Tutto è in un’atmosfera in cui ogni cosa include l’altra. 

 

Mi rimangono impressi i punti del corpo toccati, premuti, aperti da Barbara a partire dal piede sinistro, nella parte centrale della pianta, vicino al tallone e verso il bordo esterno. Altri punti nel ventre mi hanno portato a riconsiderare la zona pelvica. Massaggi rotatori da destra a sinistra dell’intestino. Poi digito-pressioni sul fianco da sinistra a destra, sulle spalle, le scapole, lo sterno, la fronte, lo spazio tra gli occhi. Le dita trovano punti di aggancio osseo con il mio corpo. Le dita di Barbara si muovono come su pulsanti da aprire, regolare, modulare. Mi chiede alcune cose, colgo suggestioni; le mie risposte a volte sono precise, a volte non ci sono perché sto ascoltando: la risposta è nell’ascolto che si crea tra noi. Dietro il setto nasale, più internamente nel cranio, si muove dell’umore, salino (perché mi ricorda cosa accade nel mare sott’acqua al naso), avanza, c’è movimento piccolo, quasi impercettibile, liquido. Dopo pochi minuti di tocchi, quell’umore e movimento fanno sgorgare un pianto. C’è dolore antico, poteva rimanere sepolto per altri anni o millenni. Sgorga il pianto come un tappo di spumante, come un’emissione di vapore acqueo di una solfatara (un vulcanetto sotterraneo). Il pianto è sonoro con ampie varietà tonali, melodiche, dice qualcosa. Testimonia qualcosa. C’è una smorfia d’offesa dietro. È lungo il pianto e nel calmarlo mi sembra un’altra voce che piange, non la mia. Non la mia di oggi. Forse convivono in me più piani, più dimensioni che possono essere attualizzate, presentificate: la voce è comunque la mia, la voce ha canalizzato e sostenuto quell’umore-liquido nascosto, portato fuori, chiamato dalle dita e dalla testimonianza di Barbara.

 

Le mie braccia, dopo il pianto, sono totalmente aperte sul piano traverso ad altezza delle spalle, è una postura necessaria che viene assunta come una dichiarazione del corpo. Mi ricorda la postura della dea egizia Nut, dea del cielo. C’è spazio e penso, o forse le braccia pensano: adesso il mio abbraccio è più grande, adesso posso contenere il mondo nel mio abbraccio. È una postura di disponibilità attiva. Il torace, il cuore, sono esposti. Mi giro su un fianco, poi mi raccolgo a foglia e vengo in piedi scendendo dal lettino. I piedi felici. Guardo subito la brocca dell’acqua, ne bevo tre bicchieri: è buonissima. Mi trasmette purezza, si riflette, ci riflettiamo io e l’acqua. Mi dice anche altre cose che non saprei descrivere: l’acqua mi parla, parla con il mio corpo. Il mio busto dondola, il movimento ondulatorio sembra che potrebbe durare per sempre, sembra la condizione deambulante. L’ondulazione parte dai piedi e sposta avanti e indietro il corpo, muovendolo ad onde da destra a sinistra continue passando per il centro. Ho l’impressione di essere mossa da un’energia svincolata totalmente dalla volontà, come quando il vento fa oscillare un canneto dolcemente. Ne risulta, probabilmente una forma-simbolo di infinito (otto orizzontale). 

 

Un elemento importante, decisivo, simbolico e concreto nello stesso tempo, durante il pianto, quando Barbara aveva le dita incastonate sulla fronte: dall’orecchio sinistro è uscito un acufene, non troppo acuto, non fastidioso come frequenza anche perchè era preciso nella sua traiettoria di uscita, stava quasi scappando! Come preso in flagrante. Una vibrazione lunga-continua, non interrotta, con armonici. Proveniva come direzione di quella zona dietro al setto nasale, nel cranio. La stessa che mi aveva anticipato i segni dello sgorgare del pianto imminente. C’è stata una trasformazione dal liquido al suono-vibratorio. Che potevo sentire con l’orecchio medio, ma veniva dall’orecchio interno e prima ancora, forse, da una delle ghiandole pituitaria-ipofisi-pineale-talamo. L’acufene è uscito fuori, frettoloso come un verme stanato, la forma era una retta affusolata e tesa di luce grigia. È uscito dall’orecchio. Non c’è più. È andato via. Il fastidio al piede si è trasformato. Fino ad oggi non c’è quello stesso prurito di prima, circoscritto. C’è una leggera pulsazione diffusa che investe ogni tanto anche l’alluce.

 

Barbara mi ha lasciato sola alcuni minuti ed io potevo abbandonarmi al mio movimento oscillatorio. Quando è rientrata ho provato un immediato sentimento di gratitudine per lei. Anche lei sembrava uscire trasformata e attivata dall’incontro. C’era un’atmosfera benedetta e spumeggiante.

 

Anna M. Civico

Insieme, senza impegno, valutiamo se posso essere la persona giusta per accompagnarti in questo percorso.

 

Quando smettiamo di restare dentro ciò che è conosciuto e scegliamo di andare oltre l’ordinario, tutto cambia e diventa più magico, più vero.

 

Con Presenza,
Barbara